Sui rifiuti a Roma c’e’ un nimby contro natura

rifiuti1Articolo su la Repubblica con Francesco Ferrante

Due bombe a orologeria assediano Roma: gli impianti per il compostaggio dei rifiuti previsti a Cesano-Osteria Nuova (XV municipio) e in Via di Casal Selce (XIII). O meglio, così sembra di fronte alla “rivolta” dei cittadini che vivono nelle zone lambite dai progetti.

La realtà è un’altra: si sta parlando di impianti per ricavare compost dalla frazione organica dei rifiuti urbani; impianti di media taglia – ognuno tratterebbe 50 mila tonnellate di rifiuti organici provenienti dalla raccolta differenziata –, di nessuna pericolosità, di semplice e ultra-sperimentata tecnologia, con un impatto ambientale irrilevante. Impianti così sono una condizione indispensabile per avvicinare l’obiettivo dei “rifiuti zero”, cioè per recuperare e riciclare il più possibile della spazzatura che produciamo ogni giorno, senza doverli bruciare negli inceneritori o seppellire nelle discariche.

Le proteste contro i due impianti romani sono l’ultimo episodio di una lunga, lunghissima catena di no a qualunque progetto tecnologico che riguardi il recupero e il riciclo dei rifiuti: no agli impianti di compostaggio, no agli impianti anaerobici che producono biometano (ancora più “green”, perché lavorando in assenza di ossigeno minimizzano la diffusione di odori sgradevoli). E’ una forma paradossale di sindrome “Nimby” – “not-in-my-back-yard”, non nel mio giardino -, che si presenta come difesa dell’ambiente ma nei fatti l’ambiente lo danneggia, ostacolandone un’efficace protezione. Read More…

L’Ilva di Taranto: basta con le opposte tifoserie

ilvaArticolo con Francesco Ferrante su Huffington Post –

È sempre più difficile in Italia liberarsi da un modello di dibattito pubblico, oggi del tutto prevalente, che declina il confronto su questo o quel tema controverso come lotta tra opposte tifoserie. È sempre più difficile in questi casi dare spazio a quella formula aurea che accompagnava la testata di un grande settimanale del passato: “I fatti separati dalle opinioni”. Così è, vistosamente, anche per l’Ilva di Taranto.

La conclusione di un accordo parrebbe definitivo tra governo, acquirenti privati dello stabilimento – Arcelor Mittal – e parti sindacali che fissa le “regole d’ingaggio” per il futuro dell’azienda è stato accolto, per l’appunto, da reazioni prevalentemente “tifose”. I tifosi del governo precedente, guidati dall’ex-ministro dello sviluppo Calenda, hanno detto che il nuovo accordo è identico al precedente; che l’attuale ministro dello sviluppo Di Maio ha solo perso un sacco di tempo pur di mettere in cattiva luce il suo predecessore; che il parere dell’Avvocatura dello Stato sbandierato da Di Maio come prova che la gara allestita a suo tempo per scegliere gli acquirenti dell’Ilva era piena di falle dice in realtà il contrario, dice cioè che la gara era correttissima. I tifosi del governo attuale ripetono in coro che, come ha dichiarato lo stesso Di Maio, è stato ottenuto il massimo per riparare agli errori, o peggio, di Calenda e soci.

Queste le opposte, più o meno legittime propagande. Il problema è che i racconti giornalistici di tutto ciò non sono andati molto oltre.

Ma quali sono i “fatti”?

I fatti, leggendo i testi, sono che di miglioramenti dal vecchio (Calenda) al nuovo (Di Maio) accordo – miglioramenti nel senso dell’interesse pubblico – ce ne sono parecchi e rilevanti. È un miglioramento la garanzia che tutti i lavoratori in esubero che non accetteranno l’uscita incentivata dovranno essere assunti direttamente da Arcelor Mittal (e non, come nel vecchio accordo, in incerte e futuribili attività “esternalizzate”). È un miglioramento la prescrizione che la copertura di uno dei parchi minerali, le fonti principali di avvelenamento della città di Taranto, dovrà essere ultimata entro il 2019, con un anticipo significativo rispetto a quanto era scritto nell’accordo proposto da Calenda, e che entro il prossimo aprile dovrà essere ricoperto il 50% del parco più vicino al centro abitato (al quartiere Tamburi) che causa l’impatto sanitario più pesante per i tarantini. È un miglioramento la clausola che prevede che ogni aumento di produzione rispetto agli odierni 6 milioni di tonnellate annue di acciaio sia autorizzabile solo se non comporterà un aumento delle emissioni inquinanti. Read More…

La ricetta di Stefano Fassina per rilanciare la sinistra? Socialismo nazionale!

europa_bandieraPost su Huffington Post con Francesco Ferrante

In un post su queste pagine Stefano Fassina propone la sua ricetta per dare nuovo senso e rinnovato futuro alla sinistra italiana: ripartire dalla Patria e dalla Nazione, “prendere atto che la via della sovranità democratica europea è illusoria”. Per Fassina, bisogna tornare a una forte e indisturbata sovranità nazionale, solo così sarà possibile difendere gli interessi e rispondere ai bisogni degli italiani.

Per sostenere il suo ragionamento, Fassina utilizza indistintamente, come sinonimi, i concetti di “patria” e di “nazione”. Ma patria e nazione non sono sinonimi. La patria e il patriottismo indicano un’appartenenza “di progetto”, in cui ci si riconosce non sulla base di una più o meno presunta omogeneità “di sangue” ma perché si condividono valori, interessi, aspirazioni. La nazione è tutt’altro. Sul piano culturale è un concetto essenzialmente descrittivo, per indicare una comunità legata da vincoli storici, territoriali, linguistici. Trasferito sul piano dell’agire “politico”, il concetto di nazione finisce quasi inevitabilmente per degenerare in nazionalismo: è il “Prima gli italiani” di Salvini o “l’America first” di Donald Trump, sono le politiche di odio e rifiuto verso gli immigrati per lasciare da parte esempi meno attuali e più tragici.

Ma soprattutto: ridurre settant’anni di costruzione europea, di iniziali e certo imperfette cessioni di sovranità dagli Stati nazionali alle istituzioni comunitarie, a un disegno rivolto a contrastare “l’attuazione delle libertà e dei diritti della persona a cominciare dalla dignità del lavoro” – così ancora Fassina -, è il contrario della verità.

L’Europa odierna ha immensi limiti e difetti. Ma anche grazie all’Europa, alle sue leggi e alla sua “moral suasion”, l’Italia è diventata un Paese migliore, più giusto, più sicuro dall’ambiente ai diritti sociali ai diritti civili. E d’altra parte, il principale problema dell’Europa è nel fatto che le sue decisioni sono prese quasi tutte sulla base di logiche intergovernative; ciò che le manca è un centro decisionale democraticamente legittimato e autenticamente sovranazionale, dunque l’opposto del ritorno alla piena sovranità nazionale auspicato da Fassina per l’Italia. Read More…

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