Clima e dissesto idreologico: i costi ormai insostenibili del non agire

Articolo su Strisciarossa.it
L’Italia soffre di più per gli effetti della crisi climatica? In Europa certamente sì, e la ragione è che l’impatto negativo del “climate change” sul territorio e sulla sicurezza delle persone è amplificato dalla condizione ormai cronica fragilità e incuria in cui versa buona parte dei nostri “luoghi”. Venezia, in questo senso, è la punta di un immenso iceberg. Qui la fragilità è certo nella fisiologia di una città costruita sull’acqua e per la quale l’acqua, il mare, le maree sono da sempre compagni di vita ingombranti e molto esigenti. Ma è anche ed è molto in aspetti patologici: prima il saccheggio dissennato di un ecosistema delicatissimo – basti pensare alla “follia” di realizzare uno dei più grandi poli industriali d’Italia, Porto Marghera, nel cuore della laguna, o ai canali consegnati alle scorribande quotidiane di gigantesche navi da crociera -, oggi la crisi climatica, essa pure causato dall’uomo, che moltiplica frequenza e intensità dei fenomeni di acqua alta. Molti in questi giorni hanno puntato l’indice sui ritardi nella costruzione del Mose, il sistema di dighe mobili quasi ultimato ma non ancora funzionante. Per il Mose si sono già spesi 5 miliardi, a questo punto va completato in fretta; ma il Mose non è la soluzione ai problemi di Venezia, anzi è stato esso stesso un problema: per i suoi costi esorbitanti e generatori di un vasto intreccio di corruzione e malaffare, perché come ripetono da anni gli ambientalisti e come certificò ai tempi del sindaco Cacciari la stessa amministrazione della città da una parte non servirà a mettere in sicurezza la laguna e dall’altra ha distolto risorse e attenzione da interventi più semplici ed economicamente meno onerosi sulle bocche di porto. Read More…

Il dramma di Venezia e la farsa di quelli che “se c’era il Mose”

moseArticolo su Huffington Post, con Francesco Ferrante

La Basilica di San Marco esiste dall’828 dopo Cristo, cioè da quasi 1200 anni. Informa la Procuratoria di San Marco, l’ente che da secoli l’amministra, che durante questo tempo l’acqua alta l’ha invasa sei volte, dunque una volta ogni due secoli. Ma dei sei “allagamenti”, tre sono avvenuti negli ultimi vent’anni e due negli ultimi dodici mesi.

Cos’altro deve succedere perché si capisca, chi ha la responsabilità di amministrare ai diversi livelli il “bene comune” capisca, che l’emergenza climatica non è un astratto problema ambientale, ma la principale minaccia che pesa oggi sulla sicurezza, sul benessere, sull’identità culturale di noi italiani così come di ogni altro popolo del mondo?

Il clima che cambia non è certo una novità nella storia di miliardi di anni del nostro pianeta, che è piena zeppa di sconvolgimenti climatici al cui confronto l’attuale “climate change” impallidisce. È invece un inedito assoluto la causa dei cambiamenti che stanno modificando a ritmi sostenuti il clima globale: a provocarli non sono fattori naturali, è l’azione dell’uomo.

L’umanità è l’artefice dell’aumento delle temperature medie, dell’innalzamento del livello di mari e oceani, del moltiplicarsi (di numero, di intensità, di localizzazione) dei fenomeni meteorologici estremi come siccità, uragani, inondazioni. E l’umanità è al tempo stesso la prima vittima di questo processo.

A ciò si aggiunge un altro aspetto rilevante. I danni prodotti dai cambiamenti climatici sono “classisti”: colpiscono per primi e di più i poveri, sia i Paesi più poveri dove si ingrossa ogni anno la massa di “migranti climatici” costretti ad abbandonare la loro terra perché non da più né acqua né cibo, sia i poveri del mondo “ricco” esposti senza difese a ondate di calore e di maltempo sempre più frequenti come al progressivo inaridimento dei suoli.

È questo un dramma senza via d’uscita? Tutt’altro. L’uscita c’è, c’è ancora tempo per impedire che l’aumento della temperatura media globale del Pianeta – il vero indicatore del “climate change” – superi quel grado e mezzo centigrado (rispetto ai livelli preindustriali) considerato dalla quasi totalità degli scienziati del clima come il punto di non ritorno. Ma per vedere la luce in fondo al tunnel bisogna cancellare prima possibile la causa di gran lunga principale dei cambiamenti climatici: l’utilizzo di combustibili fossili per produrre energia, per muovere persone e merci, per fabbricare manufatti. Read More…

A destra un’astensione che vale un’ammissione

segreArticolo sul Manifesto

Cosa c’è di veramente indigeribile per la destra salviniana (e dintorni) nella Commissione voluta dalla senatrice a vita Liliana Segre “per il contrasto dei fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza”?  Al di là delle giustificazioni ufficiali date al voto di astensione in Senato (dove astenersi equivale a votare no) sulla proposta istitutiva – l’accusa alla sinistra di un uso strumentale dell’iniziativa –, ciò che ha spinto Salvini, Meloni e a rimorchio di entrambi persino Forza Italia a questa scelta obiettivamente dirompente è precisamente il titolo della “Commissione Segre”, cioè l’idea che antisemitismo, razzismo verso i “neri”, istigazione all’odio contro persone e comunità di pelle, lingua, religione diverse da quelle ritenute “italiane”, siano manifestazioni con una radice comune: discriminare in base al “sangue” o all’”etnia”, negare il concetto unitario di “umanità”.

Intanto, per fare chiarezza, è bene specificare che non è vero, come detto da più parti, che anche la destra abbia proposto con autonomi documenti l’istituzione della “Commissione Segre”. Nella mozione della Lega (primo firmatario Salvini) e in quella di Fratelli d’Italia (primo firmatario il capogruppo Ciriani) ci si limita a “prendere atto” della nascita del nuovo organismo (“qualora dovesse essere istituita una Commissione straordinaria per…”), vincolandone l’azione a premesse che con evidenza ne snaturano il senso originario. Così, per esempio, nella mozione leghista si afferma che in Italia il razzismo non è una “emergenza nazionale” e presenta “numeri estremamente minori rispetto ai grandi Paesi europei”; o ancora che il trend del fenomeno “è sovrapponibile con la grande ondata di sbarchi e il fenomeno di immigrazione incontrollata, che ha coinvolto il nostro Paese dal 2013”, e che dunque il modo più sicuro per fronteggiare il problema è “chiudere le frontiere”. Come dire “non siamo noi razzisti, sono loro neri: niente più neri, niente più razzismo”.

Infine, la mozione della Lega dedica largo spazio a richiamare i casi di persecuzione dei cristiani nel mondo – tema di assoluta rilevanza, ma estraneo a quello del razzismo in Italia – e riconduce i rigurgiti di antisemitismo essenzialmente a una matrice islamica, legata all’odio contro Israele che accomuna anche settori dell’estrema sinistra. Valutazione pure questa legittima e in parte fondata ma qui utilizzata, di nuovo, per stabilire un nesso causale tra immigrazione e razzismo. Read More…

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