Trump e Marchionne uniti nella svolta anti-ambientale. Che ne pensano Grillo e Renzi?

trump_marchionneCapace come pochi al mondo (nemmeno Berlusconi) di dire tutto e il contrario di tutto, Donald Trump ricevendo alla Casa Bianca i capi di Ford, Generale Motors e Sergio Marchionne Ceo di Fiat-Chrisler, ha dichiarato di essere una persona attentissima all’ambiente, di essere pure stato premiato per questo, e poi ha aggiunto: “I nostri amici che vogliono costruire fabbriche negli Stati Uniti non riescono a ottenere i permessi relativi al rispetto dell’ambiente. L’ambientalismo è fuori controllo”.

Con piena evidenza un “non-sense”: surreale dipingere l’America come un Paese dove l’ambiente vince sull’economia, e oggi l’unico fenomeno globale veramente fuori controllo sono i cambiamenti del clima. Ma tant’è. Accanto a Trump, Marchionne avrà capito il messaggio: Fca manterrà negli Stati Uniti lavoro e produzione, neutralizzando la minaccia trumpiana di un aumento del 35% sui dazi di importazione delle automobili, in cambio la nuova amministrazione Usa farà in modo di chiudere un occhio, magari tutti e due, sullo scandalo dei software truccati per abbattere i dati delle emissioni delle automobili Fiat e Chrisler.

Ma Marchionne deve essere rimasto molto soddisfatto dopo l’incontro con Trump anche perché lui e la sua azienda all’innovazione ambientale non hanno mai creduto: meglio l’”old-style” del futuro, meglio i fuoristrada che bevono un litro di benzina a chiloemetro delle auto elettriche.

Davvero sembra, dai primi passi del nuovo presidente americano, che insieme al protezionismo le politiche ambientali saranno l’altro campo privilegiato in cui verranno smantellate, rovesciate le scelte di Obama. Read More…

Se la sinistra di Sel e Fassina fa il verso ai populisti

Cosmopolitica - Giornata conclusivaArticolo su Huffington Post –

È una lettura istruttiva e sorprendente il documento-base del prossimo congresso fondativo di Sinistra Italiana, in programma a Rimini dal 17 al 19 febbraio prossimi. In 66 mila caratteri e 16 capitoli, il nuovo partito che raccoglie l’eredità di Sel prova a definire se stesso, la sua visione del mondo e dell’Italia, le sue proposte per il futuro.

Tra i diversi spunti d’interesse – e ripetiamo: di sorpresa – offerti da questa sorta di “manifesto” che si propone come orizzonte comune per le “membra sparse” alla sinistra del Pd renziano, due ci hanno colpito, negativamente, più degli altri.

Il primo è il capitolo sull’ambiente. Poche righe per dire che sì, difendere l’ambiente è importante; poche righe che potevano essere scritte in modo identico trenta o quarant’anni fa. Invece nessuna consapevolezza di cosa rappresenti oggi di nuovo, di inedito, anche di promettente la sfida ecologica in termini non solo etici, di lotta all’inquinamento, di attenzione ai bisogni delle generazioni future, ma di rilancio qui ed ora dell’economia e del lavoro.

Per esempio: Sinistra Italiana pensa che l’Italia debba porsi, come altri Paesi hanno fatto, l’obiettivo ravvicinato di un sistema energetico liberato dalla dipendenza da petrolio e carbone? E crede che nell’interesse degli italiani abbia ancora senso tenere in vita modelli industriali anti-ecologici e sempre di più pure anti-economici, dal Sulcis all’Ilva? Inutile cercare risposte nel documento congressuale: non ci sono, Sinistra Italiana sembra rimanere sull’argomento parecchi passi indietro alla stessa Sel che la parola ecologia l’aveva messa persino nel nome.

L’altro capitolo inatteso e scoraggiante, almeno per noi, delle tesi congressuali di Sinistra Italiana è quello sull’Europa. Si invoca un cambiamento radicale delle politiche europee che metta fine al paradigma dell’austerità come “dogma”, e questo va benissimo, ma subito dopo arriva la “bomba”: “Nelle condizioni politiche createsi nell’Unione – si legge -, l’euro ci ha resi più deboli invece che più forti. (…) In questo quadro, considerare l’assetto della moneta unica come un dato irreversibile è un elemento di debolezza. Al punto in cui siamo, opzioni che contemplino il superamento della moneta unica (…) non possono essere escluse a priori”.

Dunque Sinistra Italiana è convinta che l’Italia se avesse conservato la lira avrebbe resistito meglio alla crisi di questi anni, e che oggi farebbe bene a considerare seriamente l’ipotesi di uscire dall’Unione monetaria. Manca del tutto, in questo crescendo di “euroscetticismo”, l’idea che i sessant’anni di costruzione europea rappresentino, pure con tutti i loro limiti e lati oscuri, un patrimonio irrinunciabile: perché hanno dato senso, valore e forma a una cittadinanza europea aperta, inclusiva più forte delle vecchie appartenenze nazionali, che soprattutto per i più giovani è un’identità ormai acquisita e che ha trovato i suoi simboli più potenti nella libertà per centinaia di milioni di europei di circolare da Lampedusa ad Amburgo, da Lubiana a Lisbona senza passaporto e senza bisogno di cambiare moneta. Read More…

Eravamo renziani perché

Matteo Renzi chiude in Calabria la campagna per il referendumArticolo con Francesco Ferrante su Huffington Post –

Eravamo renziani, quando nel Pd il 95% dei gruppi dirigenti sostenevano Bersani nelle primarie contro Renzi. Eravamo renziani perché ci piaceva l’idea di tradurre l’intuizione di Walter Veltroni su un Pd “a vocazione maggioritaria” nell’idea di un grande partito progressista capace di mettersi alle spalle gli steccati e i limiti culturali che rendono anacronistica e irrevocabilmente minoritaria – non solo in Italia, in tutto l’Occidente – la sinistra reduce dal ‘900, sia quella socialista sia quella post-comunista.

Volevamo un partito che ambisse e riuscisse a mettere in campo una sinistra contemporanea al tempo stesso riformista e radicale, lontana sia dalla ricetta “blairiana” – smettere di essere sinistra diventando il partito dei “già protetti” – sia da quella delle sinistre “antagoniste” – restare sinistra ma restando, anche, inchiodati al passato.

Credevamo che Renzi volesse cimentarsi in questo compito, che potesse essere il leader giusto per provare a dare risposte attuali alla domanda di cambiamento politico in senso progressista, per allargare il perimetro politico e culturale delle categorie dell’emancipazione sociale, dell’eguaglianza, del progresso – pilastri universali dell’essere sinistra – dalla sola dimensione del lavoro ad altre non meno rilevanti: i diritti civili vecchi e nuovi, la qualità ambientale dei luoghi di vita, la possibilità di liberarsi e realizzarsi come individui oltre che come comunità.

Perché malgrado i drammi crescenti della povertà e della disoccupazione, sempre di meno le persone basano il loro “essere sociale” esclusivamente sul lavoro. In nessuno dei movimenti sociali e di opinione degli ultimi decenni ascrivibili a idealità di sinistra, il lavoro è stato l’elemento centrale: dall’ambientalismo al femminismo, dalle mobilitazioni per i diritti civili a quelle per i beni comuni…

Eravamo renziani e ci piaceva persino la parola “rottamazione”, non tanto applicata a questo o quel politico di lungo corso (anche se qualcuno di questi era bene che uscisse di scena) ma come segno di una discontinuità esplicita, radicale con la vecchia sinistra.

Le ragioni che allora ci hanno spinto a sostenere Matteo Renzi contro la nomenclatura che reggeva da mezzo secolo la sinistra italiana, oggi non hanno perduto nulla della loro attualità e anzi sono mille volte più urgenti. Oggi che in tutta Europa di una sinistra contemporanea c’è bisogno disperato, per offrire un’alternativa credibile e competitiva all’avanzata di destre vecchie e nuove che lucrando sulla crisi di benessere e di identità di milioni di persone vendono con successo la loro merce oscurantista.

Oggi che i partiti socialisti sembrano dappertutto in agonia, sempre più deboli nel consenso e sempre di più percepiti come i principali garanti dello “status quo” e l’incarnazione dell’establishment, dunque come i primi responsabili dell’insicurezza del presente e dell’incertezza del futuro che assedia gli europei. Le ragioni di quella scelta ci sono ancora tutte, invece non c’è più, da tempo, quel Matteo Renzi. Read More…

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