Roma soffoca, il tempo stringe

eur-palazzo-civiltc3a0-italianaMio intervento sul Corriere della Sera

Il dibattito meritoriamente aperto su queste pagine da Sergio Rizzo rilanciando l’idea di trasferire all’Eur i ministeri, mi ha fatto tornare in mente un libro scritto 30 anni fa da mio padre Piero: «I suoli di Roma». Piero era un dirigente comunista, fu assessore nelle prime amministrazioni di sinistra con Argan e Petroselli ed è stato autore di ricerche ricche e originali sulle distorsioni dello sviluppo urbano di Roma capitale.

Nel suo saggio (cui anch’io collaborai) sosteneva una tesi azzardata, per l’epoca e per un comunista, e che allora suscito aspre polemiche; sosteneva che il fascismo varò una legislazione urbanistica dai tratti «sostanzialmente innovatori e dai risultati estremamente avanzati, che i governi democristiani degli ultimi quarant’anni non hanno nemmeno sfiorato». In particolare a Roma, questa ispirazione oggettivamente riformista produsse pratiche di governo «per certi aspetti rivoluzionarie», prima fra tutte la realizzazione dell’Eur che rifletteva l’idea di sviluppare Roma verso il mare e avvenne secondo criteri totalmente pubblicistici attraverso l’esproprio di oltre 400 ettari ai privati. Naturalmente l’urbanistica fascista presenta anche molte zone d’ombra, basti pensare nel caso di Roma al diffondersi delle borgate, vere e proprie bidonville nostrane, e agli sventramenti nel centro storico per fare posto a Via dell’Impero e a Via della Conciliazione.

Ma a distanza di oltre settant’anni colpisce e un po’ intristisce la differenza tra alcune scelte di allora, certo segnate dall’ideologia imperialista del fascismo ma che esprimono una visione comunque coerente del futuro della capitale, e i decenni successivi: a lungo dominati dallo strapotere degli interessi legati alla grande rendita fondiaria dei vandali in casa raccontati da Antonio Cederna – e sistematicamente caratterizzati da una crescita a macchia d’olio che ha visto venire su intorno al raccordo anulare, talvolta sotto il segno dell’abusivismo e quasi sempre senza un vero disegno urbanistico, tanti brandelli di città privi di identità, con servizi inadeguati, di infima qualità sia architettonica che edilizia.

Quando la sinistra negli anni ‘70 conquistò il Campidoglio, si parlò abbondantemente del Sistema direzionale orientale, cioè della possibilità di concentrare verso est le funzioni amministrative di Roma capitale. Fu un dibattito interessante ma rimase soltanto tale, poi Roma continuò a crescere senza direzione e senza qualità e anche il dibattito su questi temi è appassito, soprattutto per difetto, io credo, di una classe dirigente cittadina (non solo politica) non all’altezza dei problemi e dei bisogni di una grande città europea. Oggi che Roma è in condizioni sempre più immobili e degradate, sistema anarchico di tante città slegate tra loro e con periferie che vivono del tutto alienate, logisticamente e socialmente, dal corpo urbano; oggi che i temi dello sviluppo urbano intrecciano nuove sfide e nuove consapevolezze (limitare il consumo di suolo, liberare le città dall’assedio paralizzante e asfissiante delle auto), non c’è più molto tempo per ricominciare a discutere sul serio di cosa fare di Roma, né per tradurre questo provvidenziale confronto in azioni che fermino il precipizio della nostra città.

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Pd e legittima difesa, l’irresistibile tentazione di assomigliare alla destra

legitArticolo con Francesco Ferrante su Huffington Post –

Il Partito democratico sembra ormai specializzato in un’impresa persino più temeraria che scrivere e fare approvare leggi socialmente, ambientalmente e civilmente “discutibili”, dal Jobs Act all’attacco alle energie pulite al decreto Minniti sull’immigrazione. La “specialità della casa” sta diventando ancora peggiore: confezionare e varare norme-manifesto nelle quali il “messaggio”, il senso simbolico è più regressivo – si può dire? Più di destra – degli stessi contenuti legislativi.

E’ palesemente il caso della legge appena approvata dalla Camera che allarga i confini della legittima difesa, introducendo una sorta di autorizzazione automatica a usare le armi a casa propria per reagire a intrusioni e aggressioni avvenute di notte. Una norma pasticciata e non chiara, che è sperabile lasci ai magistrati la possibilità di valutare caso per caso come avvenuto finora e come impone un elementare buonsenso. Ma una norma terribilmente inquietante perché trasmette un’idea da brividi: è giusto che i cittadini quando sono vittime di furti o rapine si facciano giustizia da soli, dunque è anche sano che chiunque abbia il timore di vedersi arrivare ladri in casa si armi, si organizzi per poter sparare. Da sempre questa è una linea rossa che divide con nettezza sinistra e destra, ora il Pd l’ha varcata.

E’ bene ripeterlo mille volte: nessun dato di realtà giustifica questa scelta. Come ha ricordato in queste ore Roberto Saviano, tra il 2015 e il 2016 i reati predatori in Italia sono diminuiti del 16%: “Non è più ciò che realmente accade – scrive Saviano – il criterio guida per stabilire come fare le leggi, ma la percezione che le persone hanno della realtà, una percezione indotta dai media che parlano di insicurezza con argomentazioni leghiste”. Read More…

Renzi sta a Macron come i cavoli a merenda

renzi_macrArticolo con Francesco Ferrante su Huffington Post –

A parte l’anagrafe, c’è poco in comune tra Emmanuel Macron e Matteo Renzi. E i tentativi di queste ore, di questi giorni, del mondo renziano di annettersi alla vittoria di Macron nel primo turno delle presidenziali francesi, e quella annunciata del ballottaggio del 7 maggio contro Marine Le Pen, suonano disperati e vagamente patetici.

Macron è un “enfant prodige” delle élite tecnocratiche – diplomato all’Ena, brillante e fulminea carriera nel gruppo Rothschild -, Renzi ha fatto sempre e solo il politico scalando, anche lui va detto con indubbia brillantezza, i gradini della nomenclatura interna di partito: segretario provinciale del Partito popolare e della Margherita fiorentini, presidente della provincia e poi sindaco sempre a Firenze, segretario del Pd e per questa via, senza battesimo elettorale, presidente del consiglio.

Macron è un leader senza partito, ha vinto il primo tempo delle presidenziali e probabilmente vincerà la partita contro qualunque previsione e contro tutti i partiti, vecchi e meno vecchi, della quinta repubblica francese. Renzi è un leader di partito sconfitto, sconfitto rovinosamente dal referendum del 4 dicembre, e la sua via per provare a ritrovare il potere perduto passa dalla riconquista della segreteria del Partito democratico. È quasi certo che riuscirà in quest’impresa, grazie al voto nelle primarie del 30 aprile di alcune centinaia di migliaia di iscritti del Pd e grazie soprattutto all’appoggio del 90% dei gruppi dirigenti (segretari provinciali e regionali, parlamentari, consiglieri regionali) democratici.

Questa differenza pesa, e pesa molto, sui rispettivi profili: consente a Macron di presentarsi per ora credibilmente – e nonostante i suoi due anni da ministro “tecnico” dell’economia di Hollande – come leader al tempo stesso competente ed estraneo a quel mondo della politica e dei partiti che attualmente riscuote la disistima pressoché unanime dei cittadini. Impedisce a Renzi di riproporre di sé con un minimo di credibilità l’immagine che a suo tempo lo rese attraente: quella del “rottamatore”, di “homo novus” deciso a farla finita con la “vecchia politica”, i suoi privilegi, i suoi riti e linguaggi novecenteschi; di un leader non “oltre la sinistra e la destra” come dice di sé Macron, ma che sembrava volere “ringiovanire” la sinistra immergendola nei problemi e nei bisogni del tempo presente. Read More…

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